13/9/08
- In un incidente stradale è venuto a mancare Italo Evangelisti.
Caro Italo,
nella tua stanza – studio c’è una parete colorata di
foto: da quelle in B/N a quelle più recenti. Lì appesa c’è
tutta una vita… Mancava solo questa foto che ti avevo promesso ieri,
dopo esserci visti, che l’avrei stampata. Stai leggendo una poesia…
Due o tre cose/ ci pose la vita/ preziose/ non esisti s’allarghi
le dita…. La tua LUNA STORTA ora è nei nostri cuori. Ti prometto
che raccoglierò tutto ciò che m’hai lasciato e che
mi volevi lasciare. Sarò una voce, la tua. (Niccolò)
Italo, una persona indispensabile e insostituibile. Mi mancheranno i tuoi
abbracci, i tuoi occhi lucidi, il tuo acume, la tua sensibilità,
la tua poesia, la tua critica.
Dicevi: Chi non ha la luna storta qui stasera può anche andare
via, ahimè, stasera noi tutti che ti vogliamo bene abbiamo la luna
storta. Ci mancherai… patriarca. (Fabio)
La vita è
una cosa strana. Nelle sue ultime conferenze Italo ha ripetuto spesso
un concetto che per lui doveva essere molto importante, di come la vita
attualmente sia vissuta – soprattutto dai giovani – molto
velocemente. Ed effettivamente la velocità non lo ha risparmiato,
morire all’improvviso, in un incidente di macchina, mentre si tenta
un sorpasso. Ma è una velocità che esprime tutta una vita,
una vita come la sua, durante la quale mi sembra di capire che non si
sia fermato mai. Così anche il nostro incontrarci e conoscerci
è stato veloce, solo pochi anni, per condensare in questo breve
tempo il bene prezioso che un’amicizia può dare.
Ma in queste cose il tempo non conta. Ora che il suo scorrere per te si
è fermato, resti comunque tu, così come sei sempre stato,
per un istante o per tutti gli anni che hai vissuto, perchè il
tempo non potrà toglierci più nulla di te.
Grazie Italo. (Valeria)
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A
che serve? A chi serve? Una nuova collana di poesia.
Certo non a costruire un futuro migliore, di cui pure avremmo tanto bisogno.
Figuriamoci!
E neanche a progettare un futuro qualunque… la poesia, lo sappiamo,
non ha mai fatto la rivoluzione; ma a testimoniare questo presente con
la luna storta e pensarlo e immaginarlo e sognarlo un domani umanamente
compatibile cercando e trovando le parole giuste per dirlo, questo si;
anche perché , come ha detto qualcuno che di costruzioni se ne
intende, …”il futuro è l’unico posto dove possiamo
andare”.
“La luna storta”! Ecco perché un biglietto da visita
cosi “politically incorrect”ma “truly politic”per
questa nuova collana di poesia di cui la Editrice “Terre sommerse”mi
ha imprudentemente affidato la direzione.
Per quanto attiene poi la scelta critico-stilistica, diciamo che essa
è dettata dalla convinzione che siamo in una fase in cui è
necessario ed urgente tentare di dare una risposta, senza illusioni ma
con fermo e paziente impegno, alla crisi che attraversa la creatività
poetica, almeno nell’ottica di una lettura, peraltro condivisa,
in sinergica intesa, con il Direttore Editoriale Niccolò Carosi
e l’Editore Fabio Furnari.
Una poesia, che, in generale e fatte ovviamente le significative eccezioni,
si presenta stretta in un abbraccio mortale, da cui non riesce a liberarsi,
tra la “parola innamorata” e la “parola stuprata”.
L’una, innamorata di se stessa, narcisa e spalmata come melassa
sulla pagina, con le labbra truccate dal rosso di improbabili tramonti,
accarezzata dal volo dei gabbiani, saprofita di “eterne” passioni,
profumata d’incenso per un Cristo da catechismo consolatorio; insomma,
la sagra dei buoni sentimenti, cioè, l’ipocrisia sublimata
in versi o, al massimo, la cronaca minimalista di un soggettivismo miope
e asfittico.
Sull’altro versante, una poesia stuprata da uno sperimentalismo
sterile che sopravvive a se stesso in un gioco autoreferenziale che è
tautologia lirica, tecno-estetismo di una anarchia solipsistica che è
spia di una impotenza creativa dove le assonanze-dissonanze, che ci godono
a stridere nel “non sense”, fagocitano il ritmo e le alterazioni
semantiche e si fanno metastasi lessicale.
Li dentro, soffocata tra queste due pareti d’ombra, sta la parola
poetica che, come buona parte della creatività artistica contemporanea,
non solo ha perso il contatto con la “realtà”, fagocitata
dal “virtuale”, ma, per dirla con Paul Virilio, “ha
smarrito la capacità di vedere” e quindi di comunicare. Insomma,
è cieca figlia di una “estetica della sparizione”.
Che fare?
Intanto, prendendo atto che la crisi della parola poetica nasce dalla
crisi più generale del “pensiero”; cioè, dalla
sua stessa “natura” e “qualità” e non dalle
forme e modi della sua comunicazione.
Basti pensare, tanto per esemplificare a tutto campo, alla evidenza plastica
dei fotogrammi e alla scansione ritmica del montaggio del cinema digitale,
alla scomposizione e ricomposizione unitaria di “materia”
e “materiali” nella progettualità iconografica di una
“forma” che cerca la “forma”nelle nuove arti visive,
alla destrutturazione nevrotica della coreografia –“new dance”,
alla nuova scrittura pubblicitaria di “suggestione”onirico-fantasmatica
di caratura astratto-concettuale e alla “deregulation” logico-sintattica
della nuova letteratura.
Il problema, quindi, nasce dal nuovo modo di pensare, non più organizzato
sul piano “orizzontale” dello sviluppo logico e progressivo
di un concetto ma sul piano “globale”della immediatezza e
contemporaneità; di un pensiero, quindi, che percepisce e comunica
simultaneamente appercezioni sensibili e immagini, evocazioni memoriali
e sonore con pezzi di concreta matericità e di quotidiano consumo.
Un pensiero che necessita, per essere pensato, metabolizzato e trasmesso,
di un linguaggio capace di declinare la categoria interpretativa della
contemporaneità, la “velocità”, nella sua corretta
accezione di “intensità del sentire” e non in quella
deviata e deviante di “rapidità dell’agire”.
Per la poesia, in questo contesto, il problema sta nel come recepire diversamente
e, quindi, elaborare e restituire efficacemente la parola immediata e
mediata da stimoli diversi, in una “fusion” tra “parola
parlata” e “parola scritta” che riesca a superare la
falsa dicotomia tra “banale” e “sublime”,”quotidiano”
ed “eterno”e, conseguentemente, a produrre, in questa fase
di “non pensiero”, almeno un embrione di un “linguaggio
nuovo” perché coerente col “nuovo pensiero” nutrito
dalla contemporaneità di percezione e comunicazione.
Quello che occorre perciò é una parola poetica capace di
esprimere la simultaneità della sintesi tra “sentire”,
“capire” e “dire”.
Lo so,lo so, l’impresa è difficile, la soluzione problematica
ed anche rischiosa perché i fraintendimenti possibili, anzi probabili,
sono molti e, puntualmente, renderanno questo percorso molto accidentato
ma se grandina il poeta non può starsene con l’ombrello aperto
aspettando che spiova gingillandosi coi giochini verbali e i languori
sentimentali.
Senza presunzioni, “of course”, convinti come Pessoa che …
“noi non facciamo più rumore al mondo / di quanto ne facciano
le foglie degli alberi / o i passi del vento”.
Tuttavia, sapete che vi dico?
A me basterebbe che la poesia di questa collana riuscisse, anche solo
qualche volta, a farli sentire i passi di quel vento tra le foglie.
Forse non riuscirà a raddrizzare questa luna storta ma almeno ci
abbiamo provato.
Italo
Evangelisti
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