Poesia collana La Luna Storta
Fondata da Italo Evangelisti
Raimondo Venturiello
ECHI
Valeria Faillaci
LA PALMA E IL MINOTAURO
Fabio Furnari
LE PAROLE UNITE
Lea Canducci
DEBOLE QUESTA NOTTE

Patricia Panebianco
LUN_E_STORTE
Alessandro Riccioni
GIOCATTOLI
Giulietta Paolini
LA PAUSA PARLANTE
Marco Della Porta
VERGINITA'
       
 
Giuppy d'Aura
APHANISIS
Italo Evangelisti
LA LUNA STORTA
Manuela Faella
DOVE SEI PADRE
 

13/9/08 - In un incidente stradale è venuto a mancare Italo Evangelisti.

Caro Italo, nella tua stanza – studio c’è una parete colorata di foto: da quelle in B/N a quelle più recenti. Lì appesa c’è tutta una vita… Mancava solo questa foto che ti avevo promesso ieri, dopo esserci visti, che l’avrei stampata. Stai leggendo una poesia… Due o tre cose/ ci pose la vita/ preziose/ non esisti s’allarghi le dita…. La tua LUNA STORTA ora è nei nostri cuori. Ti prometto che raccoglierò tutto ciò che m’hai lasciato e che mi volevi lasciare. Sarò una voce, la tua. (Niccolò)

Italo, una persona indispensabile e insostituibile. Mi mancheranno i tuoi abbracci, i tuoi occhi lucidi, il tuo acume, la tua sensibilità, la tua poesia, la tua critica.
Dicevi: Chi non ha la luna storta qui stasera può anche andare via, ahimè, stasera noi tutti che ti vogliamo bene abbiamo la luna storta. Ci mancherai… patriarca. (Fabio)

La vita è una cosa strana. Nelle sue ultime conferenze Italo ha ripetuto spesso un concetto che per lui doveva essere molto importante, di come la vita attualmente sia vissuta – soprattutto dai giovani – molto velocemente. Ed effettivamente la velocità non lo ha risparmiato, morire all’improvviso, in un incidente di macchina, mentre si tenta un sorpasso. Ma è una velocità che esprime tutta una vita, una vita come la sua, durante la quale mi sembra di capire che non si sia fermato mai. Così anche il nostro incontrarci e conoscerci è stato veloce, solo pochi anni, per condensare in questo breve tempo il bene prezioso che un’amicizia può dare.
Ma in queste cose il tempo non conta. Ora che il suo scorrere per te si è fermato, resti comunque tu, così come sei sempre stato, per un istante o per tutti gli anni che hai vissuto, perchè il tempo non potrà toglierci più nulla di te.
Grazie Italo. (Valeria)

A che serve? A chi serve? Una nuova collana di poesia.
Certo non a costruire un futuro migliore, di cui pure avremmo tanto bisogno. Figuriamoci!
E neanche a progettare un futuro qualunque… la poesia, lo sappiamo, non ha mai fatto la rivoluzione; ma a testimoniare questo presente con la luna storta e pensarlo e immaginarlo e sognarlo un domani umanamente compatibile cercando e trovando le parole giuste per dirlo, questo si; anche perché , come ha detto qualcuno che di costruzioni se ne intende, …”il futuro è l’unico posto dove possiamo andare”.
“La luna storta”! Ecco perché un biglietto da visita cosi “politically incorrect”ma “truly politic”per questa nuova collana di poesia di cui la Editrice “Terre sommerse”mi ha imprudentemente affidato la direzione.
Per quanto attiene poi la scelta critico-stilistica, diciamo che essa è dettata dalla convinzione che siamo in una fase in cui è necessario ed urgente tentare di dare una risposta, senza illusioni ma con fermo e paziente impegno, alla crisi che attraversa la creatività poetica, almeno nell’ottica di una lettura, peraltro condivisa, in sinergica intesa, con il Direttore Editoriale Niccolò Carosi e l’Editore Fabio Furnari.
Una poesia, che, in generale e fatte ovviamente le significative eccezioni, si presenta stretta in un abbraccio mortale, da cui non riesce a liberarsi, tra la “parola innamorata” e la “parola stuprata”.
L’una, innamorata di se stessa, narcisa e spalmata come melassa sulla pagina, con le labbra truccate dal rosso di improbabili tramonti, accarezzata dal volo dei gabbiani, saprofita di “eterne” passioni, profumata d’incenso per un Cristo da catechismo consolatorio; insomma, la sagra dei buoni sentimenti, cioè, l’ipocrisia sublimata in versi o, al massimo, la cronaca minimalista di un soggettivismo miope e asfittico.
Sull’altro versante, una poesia stuprata da uno sperimentalismo sterile che sopravvive a se stesso in un gioco autoreferenziale che è tautologia lirica, tecno-estetismo di una anarchia solipsistica che è spia di una impotenza creativa dove le assonanze-dissonanze, che ci godono a stridere nel “non sense”, fagocitano il ritmo e le alterazioni semantiche e si fanno metastasi lessicale.
Li dentro, soffocata tra queste due pareti d’ombra, sta la parola poetica che, come buona parte della creatività artistica contemporanea, non solo ha perso il contatto con la “realtà”, fagocitata dal “virtuale”, ma, per dirla con Paul Virilio, “ha smarrito la capacità di vedere” e quindi di comunicare. Insomma, è cieca figlia di una “estetica della sparizione”.
Che fare?
Intanto, prendendo atto che la crisi della parola poetica nasce dalla crisi più generale del “pensiero”; cioè, dalla sua stessa “natura” e “qualità” e non dalle forme e modi della sua comunicazione.
Basti pensare, tanto per esemplificare a tutto campo, alla evidenza plastica dei fotogrammi e alla scansione ritmica del montaggio del cinema digitale, alla scomposizione e ricomposizione unitaria di “materia” e “materiali” nella progettualità iconografica di una “forma” che cerca la “forma”nelle nuove arti visive, alla destrutturazione nevrotica della coreografia –“new dance”, alla nuova scrittura pubblicitaria di “suggestione”onirico-fantasmatica di caratura astratto-concettuale e alla “deregulation” logico-sintattica della nuova letteratura.
Il problema, quindi, nasce dal nuovo modo di pensare, non più organizzato sul piano “orizzontale” dello sviluppo logico e progressivo di un concetto ma sul piano “globale”della immediatezza e contemporaneità; di un pensiero, quindi, che percepisce e comunica simultaneamente appercezioni sensibili e immagini, evocazioni memoriali e sonore con pezzi di concreta matericità e di quotidiano consumo. Un pensiero che necessita, per essere pensato, metabolizzato e trasmesso, di un linguaggio capace di declinare la categoria interpretativa della contemporaneità, la “velocità”, nella sua corretta accezione di “intensità del sentire” e non in quella deviata e deviante di “rapidità dell’agire”.
Per la poesia, in questo contesto, il problema sta nel come recepire diversamente e, quindi, elaborare e restituire efficacemente la parola immediata e mediata da stimoli diversi, in una “fusion” tra “parola parlata” e “parola scritta” che riesca a superare la falsa dicotomia tra “banale” e “sublime”,”quotidiano” ed “eterno”e, conseguentemente, a produrre, in questa fase di “non pensiero”, almeno un embrione di un “linguaggio nuovo” perché coerente col “nuovo pensiero” nutrito dalla contemporaneità di percezione e comunicazione.
Quello che occorre perciò é una parola poetica capace di esprimere la simultaneità della sintesi tra “sentire”, “capire” e “dire”.
Lo so,lo so, l’impresa è difficile, la soluzione problematica ed anche rischiosa perché i fraintendimenti possibili, anzi probabili, sono molti e, puntualmente, renderanno questo percorso molto accidentato ma se grandina il poeta non può starsene con l’ombrello aperto aspettando che spiova gingillandosi coi giochini verbali e i languori sentimentali.
Senza presunzioni, “of course”, convinti come Pessoa che … “noi non facciamo più rumore al mondo / di quanto ne facciano le foglie degli alberi / o i passi del vento”.
Tuttavia, sapete che vi dico?
A me basterebbe che la poesia di questa collana riuscisse, anche solo qualche volta, a farli sentire i passi di quel vento tra le foglie.
Forse non riuscirà a raddrizzare questa luna storta ma almeno ci abbiamo provato.

Italo Evangelisti