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ESCHER è un disco di jazz (dopo tutto comincia e finisce con due blues)
le cui geometrie, come accade per il visionario artista olandese, delineano
un territorio in cui coesistono prospettive multidimensionali apparentemente
impossibili. La musica, scritta e improvvisata, è ulteriormente
trasformata dall’uso dello studio di registrazione come un vero
e proprio strumento.
ESCHER is a jazz record (after all it starts and ends with two blues)
whose geometries, as is the case with the Dutch visionary artist, evoke
a territory in which apparently impossible multi-dimensional vistas co-exist
held together. The music, both written and inprovised, is further transformed
by the use of the studio as an instrument in its own right.
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| RECENSIONI |
ALIAS del 1/10/2011
(Il Manifesto), Luigi Onori
Album o progetti ripropongono la figura
eterodossa e creativa di Laneri (compositore, polistrumentista specialista
di canto armonico, docente di conservatorio). Formatosi soprattutto negli
Usa, collaborazioni con Charles Mingus e Peter Gabriel, il clarinettista-saxsopranista
propone un viaggio circolare che inizia e parte dal blues (il primo monkiano
e lacyano, l'ultimo con echi immaginari di J.Dodds) passando attraverso
una serie di brani-tappe dalla forte ispirazione spazio-temporale: dal
Colorado all'antico Egitto, dal "Sud" come categoria mentale
alla California. Gli è complice il pianista Fabio Sartori e si
fa uso di sovraincisioni ed elaborazioni elettroniche. La musica di Roberto
Laneri non è mai descrittiva, piuttosto evocativa e visivo-visionaria,
essenziale, profonda. (gustoso)
Luigi Onori
A PROPOSITO DI JAZZ del 28/12/2010,
Daniela Floris
Comincia e finisce con il blues questo cd che e’ certamente innovativo,
come impianto e come concetto, ma che gioca con chi ascolta lasciandogli
il respiro anche di suggestioni note e non stravolte come nell’
altro lavoro di Laneri recensito in questo stessa newsletter .
Una sorta di viaggio nei suoni, per stessa ammissione dei due artisti,
che esplora dei suoni tutti gli aspetti possibili: la morbidezza melodica
del sax e del clarino , assecondata dalla morbidezza armonica del pianoforte
e dall’ indolenza delle percussioni(“Imaginary Crossroads”);
o, quasi in forma di nostalgica reminiscenza, il blues piu’ antico
possibile, in cui il pianoforte disegna l’ ostinato che e’
quello che caratterizza proprio il blues tradizionale, per poi sfociare
in un breve episodio destrutturante e quasi atonale da musica contemporanea
europea, salvo ritornare a quel blues iniziale, “sporcato”
pero’ da qualche creativa digressione, anche in forma di “rumore”;
o alla dimensione quasi onirica dell’ alternanza dondolante di due
accordi solamente, di sapore orientale, in cui l’ atmosfera e’
garantita sia da questa altalenanza armonica, che dagli intervalli aumentati
perseguiti da tutti gli strumenti, sia dall’ improvvisazione cullante
ma mai ripetitiva del pianoforte; o invece la pungolante – non melodica
– non ritmica – “cibernetica” atmosfera di “Wind
& Water Dance”, che quando si apre su fraseggi ed accordi di
ampio respiro non rinuncia ai suoni birichini e puntuti nel sottofondo;
o lo spessore sonoro continuo di “Circular Crossroads” in
cui il clarinetto basso disegna uno sfondo scuro su cui i fiati nel registro
acuto ricamano digressioni melodiche improvvisate quasi preziose, ricordando
visivamente in alcuni tratti dei ghirigori dorati ricamati su una pesante
preziosa stoffa nera, fino ad assottigliarsi nel suono affascinante del
didjeridoo, che rimane da solo.
E’ un lavoro (a parte i due blues iniziale e finale, registrati
in presa diretta) interamente costruito con sovrapposizioni, molto curato,
molto interessante e da godersi nel silenzio assoluto senza appigliarsi
con la vista e con l’ udito a nessuno spazio o tempo circostante,
per tutta l’ ora della sua durata. Nuovo, esteticamente molto
gradevole, rilassante, interessante. (Daniela Floris)
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